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Disturbi Specifici dell’Apprendimento: proviamo a conoscerli meglio..

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          Parlare di Disturbi dell’Apprendimento significa parlare di persone che, seppur presentino un buon livello intellettivo, hanno un rendimento sul piano scolastico non conforme alle competenze che dovrebbero aver acquisito per la loro età. Si tratta di persone che, nonostante non presentino alcuna forma di disabilità intellettiva, si percepiscono diversi dai loro coetanei e in alcuni casi inferiori, consapevoli non solo della differenza, ma soprattutto della mancanza di quel qualcosa che non gli permette, in ambito scolastico, di poter essere al pari con loro.
Per poter fare una diagnosi di questo tipo è opportuno che non debba esserci disabilità intellettiva, motivo per il quale è fondamentale un’approfondita valutazione delle abilità cognitive attraverso strumenti specifici come la WISC IV e  che venga effettuata al termine  del processo di acquisizione delle abilità di lettura e di scrittura, che avviene all’incirca alla fine della seconda elementare, e del calcolo, alla fine della terza elementare.
Una diagnosi di DSA per poter essere effettuata necessita dunque sia delle informozioni riguardanti il funzionamento intellettivo, il quale permette l’esclusione in primis di una disabilità intelettiva, che la loro integrazione con informazioni riguardanti le abilità specifiche inerenti gli apprendimenti, che vengono raccolte attraverso degli strumenti di misura specifici per la valutazione delle competenze di lettura, piuttosto che di calcolo o di scrittura. Tale integrazione permette di avere un quadro complessivo in grado di individuare oltre che la presenza di specifiche difficoltà di apprendimento, anche quali funzioni cognitive siano responsabilii di ciascuna specifica difficoltà.
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In seguito ad una prima valutazione segue un periodo di potenziamento specifico per ciascuna forma di apprendimento che risulta deficitaria. Se nonostante ciò non si presenta alcuna forma di miglioramento, la diagnosi viene confermata a tutti gli effetti e viene avviato un vero e proprio percorso riabilitativo.
Prima viene intrapreso il percorso, prima viene data la possibilità al bambino di acquisire strumenti e strategie per poter bypassare i “limiti” di quelle specifiche abilità e rafforzare quelle funzioni cognitive che invece in lui risultano dei veri e propri punti di forza. Tuttociò oltre ad avere un effetto sul piano cognitivo, avrà anche delle conseguenze sul piano emotivo, favorendo lo sviluppo di un senso di autoefficacia e autostima che, per chi presenta questo tipo di Disturbo, tendono ad essere seriamente messi alla prova.
Dare la possibilità a tutti i bambini di poter trovare la propria strada a partire dal riconoscimento delle proprie difficoltà, ma soprattutto aiutandoli ad individuare le proprie potenzialità, è il primo compito di chi ha l’onore di lavorare con e per loro.

Tutti devono avere l’opportunità di imparare ed apprendere, nessuno deve sentirsi costretto a limitare la propria conoscenza..

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Quando è il momento giusto per iniziare un percorso psicoterapeutico?

imageLe motivazioni che spingono una persona ad intraprendere un percorso psicoterapeutico possono essere diverse e del tutto soggettive. Ma sulla base della mia esperienza posso dire che la maggior parte delle volte, ci si avvicina solo quando si è raggiunto un livello di disagio ormai non più gestibile autonomamente da compromettere la qualità della vita, propria e altrui.
In realtà indagando più a fondo, nella maggior parte delle situazioni, i segnali per iniziare a seguire un lavoro personale erano già emersi da tempo, ma si è scelto di non prenderli in considerazione, sottovalutando la loro importanza e aggravando il disagio interiore.
Può succedere a chiunque di trovarsi ad attraversare fasi della propria vita in cui siamo più vulnerabili di altre, in cui le nostre fragilità (di cui nessuno è immune) prendono il sopravvento, fasi in cui sentiamo di mettere in discussione tutto, in cui sentiamo che ci manca qualcosa, ma che non sappiamo spiegare, in cui le persone, che fino a quel momento erano i nostri pilastri, improvvisamente sono del tutto inadeguati a dare un senso al “vuoto” che abbiamo dentro…in questa fase così delicata, per poterne uscire indenni c’è solo un modo, avere la pazienza di fermarsi e dare un senso a quello stato di smarrimento. Spesso però questo non avviene, ma si sceglie la strada più dannosa possibile per la nostra persona, si cerca di fare finta che quella sensazione non esista, nascondendola con mille impegni che compaiono all’improvviso e diventano prioritari, da non poterne fare a meno. Tutto ciò ci permette di andare avanti per qualche tempo, fin quando quel “vuoto” non trova nuove strade per manifestarsi, magari utilizzando mezzi più forti di quelli iniziali, sotto forma di ansia, insonnia, varie forme di disturbi somatici, ecc..a poco a poco la qualità della propria vita viene compromessa, tutto sembra gigante e impossibile da affrontare e superare.
Solo a quel punto si pensa alla psicoterapia, come mezzo estremo da utilizzare per uscire da quella situazione, da cui ci si aspetta effetti miracolosi e soprattutto immediati. Mentre la realtà è ben diversa,  ci impone un lavoro settimanale, che si protrae per mesi e in alcuni casi anche anni e che ci costringe a fare i conti con i nostri fantasmi, con l’intento di riprendere proprio da quella sensazione che per tanto tempo abbiamo tenuto lontano,  dando il via ad un ascolto fino a quel momento negato.
Quanto tempo serva per raggiungere il proprio obiettivo personale di benessere, anche questo non si può sapere, certo è che fin quando ci poniamo questa domanda significa che c’è ancora molta strada da fare. Quando siamo entrati nel pieno del lavoro psicoterapeutico, infatti, le domande che ci poniamo sono ben diverse, la durata non è più tra le priorità, così come i costi, ma piuttosto subentra la curiosità di vedere cosa c’è di nuovo da scoprire dentro di sé durante la nuova seduta.
Dunque se posso dare un consiglio, non aspettate a sentirvi esasperati e senza via di uscita per decidere di intraprendere un viaggio dentro di voi, ma soprattutto fatelo con la voglia di conoscervi e portare fuori tutto ciò che vi spaventa e condiziona e abbiate la motivazione necessaria per aprirvi a nuove prospettive con cui poter affrontare la vita.

Impariamo a conoscere il Training Autogeno

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Il training autogeno (T.A.) è un metodo ideato da J.H.Schultz di autodistensione che consente di modificare stati psichici e somatici. Attraverso questa tecnica egli ha voluto dimostrare come “la psiche agisca sul corpo”.
La parola Training Autogeno deriva dal greco e significa letteralmente “allenamento” che “si genera” (genos) “da sé” (autos).
Attraverso una concentrazione passiva vengono avviate delle modificazioni spontanee del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività cardiaca e polmonare, dell’equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza.
Attraverso un preciso e costante allenamento gli esercizi portano a delle modificazioni gradatamente sempre più valide, precise e consistenti.
Praticato saltuariamente con il controllo del terapeuta e quotidianamente da soli, consente di poter offrire ai propri muscoli, ai propri nervi, ai propri organi, alla propria mente uno stato di distensione fisica, di passività psichica, di calma, di benessere sempre più completo e generalizzato.
I cambiamenti fisiologici, attivati durante gli esercizi, prendono il nome di comutazione.
I singoli esercizi possono essere paragonati ai gradini di una scalinata che conduce alla somatizzazione. Questi esercizi conducono progressivamente a una percezione sensitiva ed emotiva del proprio corpo.
Le sensazioni possono essere divise in vari gruppi:
1. sensazioni della superficie corporea (sensazioni di calore, di umidità, di dolore),
2. sensazioni del proprio movimento;
3. sensazioni della posizione nello spazio (sensazioni cinetiche e posturali)
4. sensazioni degli organi;
l’insieme di queste sensazioni costituisce la coscienza del proprio corpo.
Il Training esige l’applicazione incondizionata e costante del raccoglimento interiore (concentrazione). Non utilizza però la volontà cosciente, che opera mediante una tensione attiva, ma richiede un abbandono interiore a determinati esercizi di rappresentazione. È lo stesso che accade la sera quando ci si abbandona passivamente al sonno, in cui non ci costringiamo volontariamente a dormire, in quanto così facendo si rimarrebbe svegli, ma ci lasciamo liberamente trasportare da sensazioni e immagini.
Con l’interiorizzazione concentrativa del training autogeno si mira dunque a raggiungere uno stato di abbandono e ne deriva una comutazione di tutto l’organismo.
In questo modo si potrà raggiungere:
1. un più profondo e rapido recupero di energie
2. un autoinduzione di calma
3. l’autoregolazione di funzioni corporee altrimenti “involontarie” (come la circolazione sanguigna, il battito cardiaco)
4. il miglioramento delle prestazioni (come la memoria)
5. la diminuzione della percezione del dolore
6. l’autodeterminazione (si impara a dirigere i vari processi interni all’organismo verso determinati scopi, es. tendenza ad avere i piedi freddi, decidere di modificare la circolazione sanguigna per riscaldarli)
7. l’introspezione e l’autocontrollo
Gli esercizi che vengono utilizzati durante il Training Autogeno hanno tutti una funzione specifica, così come l’ordine in cui vengono proposti. Ognuno di essi infatti consente di raggiungere la distensione concentrativa in sei settori (o sei stadi), che nell’ordine sono :
MUSCOLI
VASI SANGUIGNI
CUORE
RESPIRAZIONE
ORGANI ADDOMINALI
CAPO
Ognuno di noi potrebbe manifestare dei blocchi in almeno uno di questi settori, a seconda di quale sia, è indicativo di specifiche ferite emotive sulle quali si potrebbe successivamente lavorare con il terapeuta.

BIBLIOGRAFIA:
J.H. Schultz; Il training autogeno ; Feltrinelli