SAPER VIVERE LA SOLITUDINE

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La solitudine è  uno stato interiore che racchiude in sé una parte luminosa ed una parte ombra. Sarebbe sbagliato attribuire ad essa solo accezioni negative. A seconda delle situazioni può essere infatti vissuta come ritrovamento di sé, un momento utile per ricaricarsi e ripartire, dall’altra può essere visto come un momento di mancanza, perdita o rifiuto da parte dell’altro.
Bisogna dunque riconoscere che esiste una solitudine sana e costruttiva che ci permette di incontrare noi stessi senza paura ed una che può essere patologica e distruttiva, che ci affligge e che ci porta ad allontanarci da noi stessi.
“C’è una solitudine dell’aurora, legata alla nascita, che racchiude in sé i futuri frutti dell’esistenza e una solitudine del tramonto, legata alla morte, che riassume tutte le separazioni, gli abbandoni, i deserti della vita. C’è una solitudine illuminante come momento necessario per la presa di coscienza di sé e dell’altro in piena distinzione e autonomia e una solitudine carica di ombre, dove non c’è spazio per l’incontro, ma ci si sente esclusi e si esclude, si è lontani e si allontana, si è in esilio e si esilia”(Catellazzi).
Bisogna partire dal presupposto che la solitudine sia inevitabile, in quanto insita dentro di noi, bisogna trovare il modo di vivere la parte luminosa di essa e non alimentare l’aspetto ombra.
La capacità di farlo richiede una maturità affettiva che però non tutti hanno acquisito nel tempo.
Winnicott sosteneva che tale capacità deve essere acquisita già nell’infanzia a partire dalla relazione con la madre. Infatti è fondamentale che il bambino possa vivere questa esperienza di solitudine e che il genitore la sappia rispettare.
“Il bambino si allena a stare piacevolmente con sé stesso, impara a gestire il suo mondo interno e organizzare la sua attività senza l’intrusione della madre, anche se avverte la necessità che sia comunque accanto a lui”(Castellazzi).
Il bambino impara in questo modo a stare con i propri pensieri e affetti. L’ambiente genitoriale deve essere accogliente e favorire i momenti di solitudine, permettendo che i vissuti di separazione per il bambino siano graduali e non traumatici, il tutto deve favorire il distacco del bambino dal rapporto fusionale con la madre senza sofferenza. Se queste esperienze positive non sono sufficienti o mancanti, la capacità di restare da soli non si svilupperebbe in maniera adeguata e non permetterebbe l’acquisizione di quel senso piacevole e rigenerante che la sola solitudine e l’incontro con sé stessi ci può dare.

Bibliografia:

Castellazzi V. L. Dentro la solitudine ; Ed. Maggi 2013

Winnicott D. W. Dal luogo delle origini; Cortina Editore 1996

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